Il Natale a Milano com’era una volta

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Il Natale a Milano com’era una volta
Le tradizioni di un tempo durante il Natale meneghino tra bagaj pendizzi

di Bruno Pellegrino
Tratto dai libri scritti da Bruno Pellegrino per l'editrice Graphot di Torino: "Milano di ieri e di ier l'altro" (2014) e "Milano , immagini e ricordi" (2016)


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Nel periodo che va da S. Ambrogio all’Epifanìa il fittavolo soleva recare in dono al padrone in città qualche prodotto della terra avuta da coltivare. Che so? Due candide oche o tre grossi capponi, un gran cesto di uova o un paio di cotechini giganti, oppure formaggi in abbondanza o qualche selvaggina di pregio.
Erano i cosiddetti pendizzi, corruzione dialettale di “appendìci”, sorta cioè di “aggiunte” al contratto di locazione che non vi erano espressamente specificate, ma che col tempo finivano per costituire tanto un dovere per il contadino quanto un diritto per il padrone. Col risultato quasi sempre di scontentarli entrambi. Già, perché, pur tra i convenevoli d’uso, il primo rimuginava: «Sanguisuga d’un padrone!» e, di rimando, l’altro borbottava fra i denti: «Ladro d’un fittavolo!». È un fatto che la parola “pendizzi” finirà per assumere poco alla volta un significato negativo, come di cosa molesta. Così, tanto per fare un esempio, se c’era da riferirsi ad un fanciullo petulante, si usava dire: «Sto bagaj l’è on pendizzi!».
A proposito di bagaj, c'era un giorno dell’anno, o meglio una notte, in cui a Milano i fanciulli potevano stare alzati. Era quello della vigilia di Natale. All’ultimo rintocco della campana del Broletto il capofamiglia prendeva dalla legnaia il ciocco più grosso e, dopo avergli preparato un odoroso letto di ginepro, lo poneva ad ardere nel rustico caminetto. Tutt’intorno sedevano i suoi familiari in trepida attesa dei doni. Distribuiti i quali, el resgiô (capofamiglia) faceva portare un grande boccale di vino bianco affinché tutti ne bevessero a loro piacere e, ad ogni giro, egli stesso provvedeva ad innaffiare di biondo nettare lo scoppiettante ceppo.
Veniva poi il momento di raccontare le storie di un tempo: «Bernabò, il terribile signore di Milano, aveva fatto cavare un occhio a un cacciatore di frodo col pretesto che, tanto, non gli serviva giacché lo chiudeva ogni volta che prendeva la mira»; e intanto sbarravano tanto d'occhi i più piccini, sollevando di scatto il capo che avevano reclinato per il sonno.
Oppure veniva loro raccontato di quell’altro bracconiere costretto, sempre dal Visconti, a mangiarsi cruda una lepre appena catturata.
Finito di raccontare, quand’ormai tutte le teste ciondolavano in preda a Morféo, il padrone di casa raccoglieva dal focolare i carboni spenti e li custodiva gelosamente nella madia perché ritenuti di buon augurio, soprattutto per scongiurare la grandine e favorire la coltura dei bigatt, i bachi da seta.
In tempi a noi più vicini, sotto natale le persone al vostro servizio auguravano “Buone Feste!” E allora, anche se il postino non era stato sempre sollecito nel recapitarvi la corrispondenza o il gasista più d’una volta era venuto a leggere il contatore nel bel mezzo del vostro pisolino postprandiale, via, finivate sempre per metter mano al portafogli. E poi, si sa, il fastidio di dover distribuire mance a destra e a manca veniva ampiamente compensato dal vantaggio di ricevere doni dai fornitori. Così, il  prestinee  mandava un fragrante panettone e il cervellee (salumiere) un infronzolato paniere da cui spuntava lo zampone di Modena o il canonico mascarpone; l’ òst (vinaio) se ne veniva con una mezza dozzina di bottiglie, tre di bianco e tre di rosso, e il droghee col cestino di fichi secchi o il barattolo di mostarda da accompagnare al classico torrone di Cremona.
 
Ma siamo oramai giunti alla mattina di Natale quando ogni casa risuonava di strilli acuti e risa fragorose in mezzo a un tal fracasso di tamburi e trombette, soldatini di latta e uè uè de pigòtt  [bambole] che c’era da turarsi gli orecchi per non ammattire. Regnava, invece, un’aspettativa silenziosa più tardi, a tavola, quando sotto la fondina o tra le pieghe del tovagliolo dei genitori comparivano certe letterine su carta fiorata e frangiata dove in bella calligrafia si prometteva d’essere più buoni nell’anno nuovo.
Ma questi sono tempi che ricorda solo chi reca oramai sul capo il peso di molte primavere. Come chi scrive.

 

Buone feste da tutti noi di Neiade


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